**DEMO**
“Conquìstati ogni giorno un nuovo ORIZZONTE”
Per i lunghi pomeriggi assolati, o anche per una serata in compagnia, tre film che interpretano il tema del viaggio
Modifica
WELCOME
Philippe Loiret, 2009
Il tema del viaggio è affrontato in maniera del tutto singolare nel film
Welcome,
diretto da Philippe Lioret: il viaggio di un immigrato, una corsa continua verso il futuro nel tentativo di restare vivi. La storia raccontata è quella di Bilal, un diciassettenne curdo-iracheno, che giunge clandestinamente a Calais con l’obiettivo di raggiungere la ragazza che ama, Mina, immigrata con la famiglia a Londra. La Manica appare però un ostacolo insormontabile, a causa dei controlli rigidissimi – forte è la polemica contro la legge sull’immigrazione voluta da Sarkozy: fallito il primo tentativo, Bilal decide di affrontare le correnti gelide a nuoto. Proprio in una piscina comunale fa il suo incontro con Simon, un istruttore di nuoto alle soglie di un doloroso divorzio con la moglie. L’uomo, colpito dalla determinazione del ragazzo, decide di allenarlo per la sua impresa disperata e di ospitarlo a casa sua, infrangendo le leggi francesi sugli extracomunitari e andando incontro al biasimo dei vicini, insensibili di fronte alla tragedia di un giovane innamorato. Se certo il tema dell’immigrazione non è il più originale,
Welcome
è molto altro: è la storia di due vite che s’incrociano, di diritti negati, e di un desiderio talmente forte da spingere un ragazzo ad attraversare a nuoto un tratto di mare lungo più di trenta chilometri pur di non arrendersi. ON THE ROAD
Walter Salles, 2012
Come adattare un capolavoro letterario al grande schermo? Sicuramente non prendendo esempio dall’opera di Walter Salles. Probabilmente un po’ tutti i lettori e cinefili accaniti si sono sempre chiesti come mai
On the Road
di Jack Kerouac non abbia mai avuto una sua trasposizione cinematografica. Ora i motivi per cui l’impresa ci ha messo tanto tempo a essere portata a termine sono piuttosto chiari.
Il giovane scrittore Sal Paradise, pseudonimo di Kerouac stesso, dopo aver perso il padre parte per un vero e proprio viaggio “on the road” in cerca d’ispirazione lungo la costa occidentale degli Stati Uniti, in cui sarà accompagnato dal nuovo amico e futuro “compagno spirituale” Dean Moriarty, a.k.a. Neal Cassady, e la novella moglie di quest’ultimo, Marylou. Questo, nel libro, è un viaggio sposato alla libertà nella sua forma più pura, votato alla trasgressione, intesa non come banale voglia di rompere le righe, quanto bisogno di esprimere appieno se stessi. Lo stesso viaggio nel film assume invece, grazie alla gestione della trama e del comportamento dei personaggi, i connotati di un insignificante pellegrinaggio autodistruttivo e banalmente ribelle. Lo scopo di Kerouac nello scrivere
On the Road
non era altro che raccontare la celebre beat generation, descrivendo situazioni e persone che erano totalmente fuori dalle righe di un’America ancora fortemente puritana. Ma quella era l’epoca in cui gli autori sfondavano grazie al mettere loro stessi per intero all’interno delle loro opere, che diventavano quindi l’espressione più perfetta della loro persona grazie all’assenza di censure e del bieco obiettivo di guadagnarci su. Per dirlo in poche parole, a quei tempi il concetto di mainstream ancora non esisteva, perché doveva ancora formarsi un gruppo di qualcosa che lo fosse.
È vero dunque, i tempi sono cambiati, e ciò che una volta poteva scioccare adesso non può far altro che portare allo sbadiglio tutte quelle generazioni che hanno subito un’overdose di quel tipo di materiale che da “fuori dalle righe” è diventato perfettamente conformista; ma l’errore imperdonabile di Salles sta nell’aver trasformato un’opera così vera e originale nell’ennesimo filmetto che abusa di scene di sesso e di droga, perdendo così ogni sfumatura poetica.
Questo nulla toglie comunque all’aspetto tecnico del film, arricchito da un montaggio ben curato, una coerente e azzeccata colonna sonora e delle meravigliose fotografie paesaggistiche degne solo di Eric Gautier, responsabile anche della fotografia mozzafiato di Into the Wild (2007). Il cast è invece per lo più deludente, a partire da Sam Riley che interpreta un Sal Paradise troppo smorto rispetto al personaggio originale e Garrett Hedlund che viceversa impersona un Dean Moriarty che erroneamente quasi sfocia nell’irrazionale. Sorprende Kristen Stewart, la migliore del set insieme all’altra bella Amy Adams, che nonostante l’imperfezione del personaggio messo in scena riesce a cogliere la sensualità e ambiguità di Marylou. INTO THE WILD
Sean Penn, 2007
Into The Wild
è un film del 2007 diretto da Sean Penn, tratto dall’omonimo libro di Jon Krakauer, dedicato alla vita di Christopher McCandless, e del suo viaggio verso l’Alaska.
Cristopher, interpretato da un bravissimo Emile Hirsch, che vinse la National Board of Review Awards 2007, era quel genere di ragazzo a cui non interessavano i soldi, il lusso e la vita agiata.
Finito il college, abbandonò tutto e decise di intraprendere un viaggio, il suo viaggio, verso l’Alaska. In questo film vediamo il suo lungo percorso che lo portò verso le terre estreme, e ancora, la sua sosta durata centododici giorni nella sua amata Natura, prima di incontrare la morte.
Chris cercava nella Natura una cura e un riposo. Molti lo giudicarono crudele nei confronti dei genitori, superficiale e incapace di comprendere la realtà. Abbandonare tutto: i soldi, la macchina e un futuro assicurato, per cosa poi, si chiedevano. E il film prova a dare la risposta: la libertà dell’esistenza, una problematica che fin da sempre ha afflitto l’uomo. Fuggire dalle proprie certezze, dalle convinzioni più profonde e mettere tutto in discussione: questo il tema centrale del film di Penn. Una pellicola che ci concede un viaggio di centoquarantotto minuti attraverso l’America, tutto tramite gli occhi di una persona straordinaria: Christopher McCandless. ancora fortemente puritana. Ma quella era l’epoca in cui gli autori sfondavano grazie al mettere loro stessi per intero all’interno delle loro opere, che diventavano quindi l’espressione più perfetta della loro persona grazie all’assenza di censure e del bieco obiettivo di guadagnarci su. Per dirlo in poche parole, a quei tempi il concetto di
mainstream
ancora non esisteva, perché doveva ancora formarsi un gruppo di qualcosa che lo fosse. È vero dunque, i tempi sono cambiati, e ciò che una volta poteva scioccare adesso non può far altro che portare allo sbadiglio tutte quelle generazioni che hanno subito un’overdose di quel tipo di materiale che da “fuori dalle righe” è diventato perfettamente conformista. Ma l’errore imperdonabile di Salles sta nell’aver trasformato un’opera così vera e originale nell’ennesimo filmetto che abusa di scene di sesso e di droga, perdendo così ogni sfumatura poetica.
Questo nulla toglie comunque all’aspetto tecnico del film, arricchito da un montaggio ben curato, una coerente e azzeccata colonna sonora e delle meravigliose fotografie paesaggistiche degne solo di Eric Gautier, responsabile anche della fotografia mozzafiato di
Into the Wild
(2007). Il cast è invece per lo più deludente, a partire da Sam Riley che interpreta un Sal Paradise troppo smorto rispetto al personaggio originale e Garrett Hedlund che viceversa impersona un Dean Moriarty che erroneamente quasi sfocia nell’irrazionale. Sorprende Kristen Stewart, la migliore del set insieme all’altra bella Amy Adams, che nonostante l’imperfezione del personaggio messo in scena riesce a cogliere la sensualità e ambiguità di Marylou.